SAW I - L'ENIGMISTA
REGIA: James Wan
CAST: Leigh Whannel, Cary Elwes, Danny Glover, Ken Leung, Dina Meyer, Michael Emerson, Shawnee Smith, Tobin Bell
ANNO: 2004
ANALISI PERSONALE
“Vivere o morire? Fà la tua scelta”, è questo il motto di Jigsaw, il terribile enigmista che ci viene presentato in questo horror dai sapori forti, ma molto particolare e alquanto originale, se non altro in alcuni suoi spunti e soprattutto nel cosiddetto twist-end, volto a lasciare col fiato sospeso e con le
bocca aperta dall’incredulità. Saw è un film che preferisce giocare con le psicologie dei personaggi, piuttosto che affastellare in maniera disordinata e confusionaria tutta una serie di effetti orrorifici (come avviene nella maggior parte degli odierni horror). Quello che più conta è riuscire a svelare i contorti enigmi di Jigsaw (Tobin Bell) che si esprime tramite un registratore trovato nella tasca di uno dei due malcapitati, ma soprattutto la cosa più importante è riuscire a comprendere quale sia il vero ruolo di queste due persone, chi sia l’enigmista tra tutti i personaggi che ci vengono presentati tramite una serie di flashback abilmente costruiti e perché l’enigmista fa quello che fa. La tensione in questo caso è creata dal fatto che anche noi, come Gordon e Adam (i due protagonisti) siamo completamente all’oscuro degli antefatti che li hanno portati ad essere prigionieri in questo putrido bagno che sembra non avere nessuna via d’uscita. Anche noi come Gordon e Adam non sappiamo chi sia quel cadavere riverso sul pavimento che si è tolto la vita perché il suo sangue è stato avvelenato, così come dice l’enigmista in una delle sue registrazioni piene di indizi per risolvere i suoi giochetti. Ma Gordon e Adam non sono gli unici due personaggi a fare la loro apparizione sullo schermo, anche se sicuramente sono i più emblematici e
importanti. Numerosi, infatti, i sospetti o le vittime, primo su tutti il poliziotto (Danny Glover) del tutto intento a catturare il sadico torturatore e poi estremamente deciso a vendicarsi per la perdita del suo collega, morto durante l’inseguimento nel quale ovviamente Jigsaw ha avuto la meglio. Ma ad essere sospettato ci fu anche lo stesso Gordon, che prima di essere catturato dall’enigmista si trovò a doversi difendere dall’accusa di esserlo egli stesso, perché la sua penna fu trovata sul luogo di un altro “delitto”. In realtà l’enigmista non è tecnicamente un assassino, dato che si limita solamente a piazzare delle trappole, dalle quali ci si può salvare se si è pronti al sacrificio e soprattutto se si aguzza l’ingegno (se vogliamo, quindi, i luoghi che Jigsaw predispone per le sue vittime, simboleggiano proprio la vita stessa la quale si può affrontare solo se si è disposti a “stare al gioco”). Non manca nemmeno un sottile riferimento alla società attuale permeata dal voyeurismo e dai “grandi fratelli”, rappresentata non solo dal fotografo che viene punito dall’enigmista proprio perché non vive una vita propria, ma si ciba delle esperienze e delle vite altrui; ma anche dalla telecamera posta all’interno del covo, che permette a Jigsaw (o chi per lui) di spiare le sue vittime. Già, perché all’enigmista – come dice una delle poliziotte sulle sue tracce (Dina Meyer) – piace riservarsi sempre un posto in prima fila, così come aveva fatto per la donna costretta ad estrarre una chiave dallo stomaco di un uomo ancora vivo o un uomo intrappolato in una spirale di filo spinato o un altro ancora completamente cosparso di materiale infiammabile. Saw è caratterizzato, quindi, da una componente prevalentemente orrorifica, ma anche psicologica,
giallistica, moralistica (per quanto attiene alle motivazioni che spingono l’enigmista a giocare con le sue vittime) e a tratti quasi metafisica. Di sicuro non un capolavoro, ma un film molto coinvolgente ed interessante. Chi sarà l’enigmista? Adam? Gordon? Il poliziotto? L’infermiere che ad un certo punto rapisce moglie figlia di Gordon? Oppure di qualcuno completamente inimmaginabile?
CAST: Donnie Wahlberg, Shawnee Smith, Tobin Bell, Erik Knudsen
ANNO: 2005
ANALISI PERSONALE
Le prime avventure di questo malefico personaggio non avevano deluso gli appassionati del genere e a dirla tutta nemmeno chi con l’horror e lo splatter non ci va molto d’accordo. Laddove c’era
l’originalità dell’idea e la novità del personaggio, con questo secondo capitolo ci si arena nella prevedibilità e nei cliché da filmetto horror che punta tutto sugli effettacci e i fiotti di sangue e che soprattutto, abbonda di incongruenze e luoghi comuni.
In questo caso abbiamo ben 8 personaggi segregati in un luogo predisposto e contaminato da trappole mortali (così come lo era quello del primo capitolo) e che sono costretti volenti o nolenti a collaborare per salvarsi la pelle. Ben presto si scoprirà che tra loro c’è qualche mentitore, qualche traditore e qualcuno che non ha tutte le rotelle a posto. E così le vicende di queste sfortunate persone ricordano lontanamente quelle dei protagonisti del famosissimo giallo di Agatha Christie, 10 piccoli indiani, se non fosse che lì non c’era nessun malato terminale che si ergeva a Dio come punitore dei peccatori, nessun poliziotto che a causa della sua dedizione al lavoro si è rovinato la famiglia (che novità eh?) e nessun marchingegno atto a bruciare viva la gente, a far saltare pezzi di faccia con una pistola posta dietro la serratura di una porta e via dicendo.
La novità rispetto al capitolo precedente è che questa volta conosciamo più da vicino il fantomatico enigmista che impaurisce le sue vittime con una maschera da clown. Il suo nome è Jigsaw (è interpretato discretamente da Tobin Bell) ed è in fin di vita, colpito da una malattia terminale che lo costringe ad essere collegato a delle macchine per sopravvivere. Questa volta ha deciso di prendersela con persone accomunate dal fatto di essere state almeno una volta in prigione, per un motivo o per un altro (quasi sempre per motivi di droga), ma soprattutto accomunata da un elemento
fondamentale. Come nel primo capitolo della saga, l’enigmista ha portato le sue vittime in un posto contaminato di trappole mortali dal quale è però possibile uscire se si sta attenti e si aguzza l’ingegno e soprattutto se non ci si lascia sopraffare dal terrore e dalla disperazione. Perché l’enigmista lascia sempre degli indizi alle sue povere vittime, dettati tramite dei registratori e disseminati nel luogo prescelto (alla fine faremo anche una capatina nella vecchia location del primo capitolo). Il film risulterebbe sufficientemente apprezzabile se non fosse per una serie di personaggi stereotipati, primo su tutti il poliziotto (interpretato da Donnie Wahlberg, fratello del più talentuoso Mark) e la sua collega Carry (Dina Meyer) che guardacaso aveva avuto una relazione con lui; ma anche di personaggi assurdi e incomprensibili come uno degli otto che all’improvviso comincia a voler uccidere tutti gli altri e a prendersela con una precedente vittima dell’enigmista, senza alcun motivo apparente. La sceneggiatura contribuisce a risollevare, anche se di poco, le sorti di questo sfortunato sequel (in quanto a qualità non ad introiti), anche se si avvale di dialoghi al limite del sopportabile e di un finale che apre la pista ad uno o più sequel. Anche in questo caso, gli 8 protagonisti sono ripresi da telecamere che ne scrutano i movimenti senza carpirne i discorsi e anche in questo caso, un po’ alla volta, riusciranno a cogliere gli indizi e a svelarne le soluzioni (tutto sta a vedere se lo faranno in tempo o meno). Tra persone che cadono in fosse piene di siringhe, altre che muoiono asfissiate da un gas nocivo e altre ancora che si staccano lembi di pelle per scoprire dei numeri facenti parte della combinazione di una cassaforte, l’avventura ideata dall’enigmista continua, anche se a vederne il finale saranno in pochi, dato che gli altri soccomberanno prima di poter rivedere la luce.
Il film comincia bene, con un uomo la cui testa è intrappolata in un terrificante casco acuminato che si chiuderà se lo sfortunato non recupererà la chiave precedentemente nascosta dall’enigmista all’interno della sua testa. Ma poi prosegue in maniera del tutto approssimativa e per niente originale od interessante. La cosa che delude di più è la motivazione che spinge l’enigmista ad agire in quella maniera, oltre che la mancanza di giochi psicologici che avevano contrassegnato positivamente il
suo precedente. Nemmeno il finale con colpo di scena, il cosiddetto twist-end, riesce ad entusiasmare e ad innalzare il livello della pellicola. Insomma, Saw II è un sequel di cui molto probabilmente si sentiva il bisogno, dato anche il grandissimo successo commerciale e non del primo, ma che delude in ogni suo singolo aspetto facendoci temere per la scarsa e bassa qualità dei suoi successori.
CAST: Tobin Bell, Dina Meyer, Angus McFayden, Shawnee Smith, Bahar Soomekh
ANNO: 2006
ANALISI PERSONALE
fortunatissima saga dell’enigmista, abbiamo una sorta di stravolgimento di quello che era il modus operandi di Jigsaw e della sua fedele collaboratrice Amanda, mostrataci nel suo vero ruolo alla fine del secondo capitolo. Il cambiamento consiste nel fatto che questa volta le vittime non sono costrette a condividere lo stesso spazio chiuso e pieno di trappole e ad aiutarsi a risolvere gli enigmi e ad uscirne. I due prescelti, in questo caso, sono separati nei luoghi di permanenza e, apparentemente, anche nelle motivazioni che li spingono a rispettare o meno le regole del sadico malato terminale. Se qualcuno l’avesse dimenticato, infatti, l’enigmista è colpito da un grave tumore e per questo punisce a destra e a manca tutti coloro che non apprezzano adeguatamente il dono della vita, dato che a lui molto presto verrà tolto. Se coi primi due capitoli eravate rimasti perplessi per qualcosa lasciata in sospeso o per qualche segreto rimasto nascosto, non preoccupatevi, ci pensa Saw III con una miriade di fastidiosissimi e ripetitivi flashback a farvi una sorta di disegnino metaforico e a scoprire tutte le carte in tavola, soprattutto per quanto attiene alla preparazione del luogo prescelto nel primo capitolo e all’”affiliazione” di Amanda, perdutamente innamorata e succube dell’enigmista. Cosa dovremo aspettarci quindi, che nel quarto capitolo ci verranno mostrati tutti i meccanismi di preparazione della casa nella quale furono intrappolati gli 8 sfortunati del secondo? Con la speranza di ricevere una risposta negativa, possiamo comunque dire che qualcosa di positivo Saw III ce l’ha anche se abilmente nascosto tra la miriade di scene esageratamente gore (saranno contenti gli appassionati). I due protagonisti, infatti, non cadono, se non saltuariamente, nelle maglie della
banalità e della retorica (come avveniva col poliziotto del secondo capitolo, del quale qui attraverso i soliti flashback, viene mostrato il triste e nefando destino) e si muovono spinti da motivazioni che seppur apparentemente scontate e fin troppo esplicate, lasciano modo di riflettere anche se solo per qualche secondo. Perché in realtà siamo estremamente occupati ad inorridire per dei crani trapanati, dei corpi congelati vivi, degli uomini completamente sommersi da feci e bile di maiale, degli altri intrappolati in macchine che torcono completamente gli arti e la testa, degli altri ancora con degli enormi anelli infilzati in tutto il corpo e via dicendo. Come ogni saga orrorifica che si rispetti, anche questa dell’enigmista col passare dei sequel si concentra maggiormente sulla violenza e sugli effetti speciali, piuttosto che sulla costruzione di solide trame e ben confezionate sceneggiature. Perché, sia chiaro, agli spettatori di questo genere di film è questo che interessa, di sicuro non le pippe mentali sul sentimento di vendetta di un padre che ha perso un figlio o sull’importantissimo significato del perdono e di come questo possa salvarci la vita (sottilissimo, ma neanche tanto, riferimento etico-religioso), o qualsiasi altra profonda analisi sui meccanismi che spingono l’enigmista ad agire come agisce e le sue vittime a reagire come reagiscono. Quindi, sotto questo punto di vista, il film è abbastanza riuscito, dato che è pieno zeppo di trappole (che col passare dei sequel paiono crescere a livello esponenziale) e di situazioni al limite del sopportabile, soprattutto per gli stomaci più deboli. Sostanzialmente Saw III non è un film che ti fa provare paura o terrore, è una pellicola che ti fa provare proprio lo “schifo”, causato dalla massiccia dose di splatter. Ma se non sei un Cronenberg che dietro lo “schifo” ci mette tutto un mondo di visioni, ossessioni, analisi e via dicendo, il risultato dipende da quanto si è disposti ad accontentarsi di una semplice e vuota messa in scena di orrori, squartamenti, mozzamenti e via dicendo.
Ovviamente anche in questo caso non ci viene risparmiato il twist-end (forse l’unico segno distintivo di Saw) e soprattutto la curiosità su come possa procedere la saga, dopo la morte dell’enigmista, di Amanda e delle sue numerose vittime, anche se una leggera idea è possibile farsela.
CAST: Tobin Bel, Scott Patterson, Angus McFayden, Lyriq Bent, Costas Mandylor, Betsy Russell, Athena Karkanis, Donnie Wahlberg
ANNO: 2007
ANALISI PERSONALE
nel paniere (per usare un eufemismo) a tutti coloro che nella propria vita hanno qualcosa da nascondere, un’ossessione, un passato torbido, una vita non proprio perfetta. Ma fin qui eravamo preparati, sapevamo già che l’enigmista puniva tutti coloro che in un modo o nell’altro avevano qualcosa da farsi perdonare. Quello che proprio non si riesce a reggere è la voglia di umanizzare questa figura (attraverso i consueti e ormai insopportabili flashback nei flashback nei flashback) e di giustificare tutte le sue terribili e assolutamente ingiustificabili azioni, per la perdita di un bambino ancora in grembo della moglie troppo fiduciosa nel prossimo e per questo caduta vittima di un assalitore. Insomma, un povero sfigato questo enigmista, che prima perde un figlio al quale teneva più di qualsiasi cosa al mondo, tanto da arrivare a lasciare sua moglie perché ritenuta colpevole della terribile disgrazia, e poi viene anche colto all’improvviso da un tumore che non gli lascia via di scampo e che lo condurrà irrimediabilmente a morte sicura. Allora cosa fare per passare il tempo e per lenire le sofferenze date dalle due disgrazie che lo hanno colpito? L’idea che viene a John Kramer (così si chiama in realtà Jigsaw, interpretato sempre dal sibillino Tobin Bell) è quella appunto di cominciare ad ideare trappole micidiali (lui è un ingegnere, che prima di avventurarsi in questa sorta di spirale vendicativa si occupava insieme alla moglie del recupero di gente bisognosa d’aiuto), per portare le sue vittime ad apprezzare realmente il dono della vita e soprattutto per far capire a loro e agli altri, che ognuno deve aiutarsi da sé. Non è possibile essere salvati dal prossimo, se dentro di sé non si ha la voglia di combattere e di continuare a vivere. Insomma, quasi quasi ci viene da piangere per la morte di quest’uomo che con un ribaltamento di prospettive pare essere
quasi un santone e un benefattore, se non fosse per la mattanza di persone stritolate da enormi blocchi di ghiaccio o intrappolate in marchingegni che strappano i capelli fino a far fuoriuscire i carni, o costrette a tagliarsi la faccia con lame acuminate per salvarsi la vita e si potrebbe continuare all’infinito. Perché, come già per i precedenti capitoli della saga, diretti da Bousman, quello che conta, piuttosto che costruire un plot credibile sorretto da una sceneggiatura interessante ed originale, è colpire lo spettatore con l’eccessiva dose di schifezze mostrate per inorridire e spaventare (?). Del resto l’incipit è una dichiarazione d’intenti, nonché un biglietto da visita che informa sull’estrema dose di orribili effetti speciali che contrassegnano la pellicola. Il film comincia infatti con l’autopsia eseguita sul corpo del defunto enigmista (che prima di morire ha però piazzato qua e là alcune delle sue trappole e delle sue immancabili cassette contenenti indizi su come procedere, una persino nascosta all’interno del suo stomaco), che non manca di mostrare crani scoperchiati per estrarre il cervello, stomaci aperti contenenti indizi, toraci squartati con seghe e seghetti e via di seguito. E il film procede su questa lunghezza d’onda, la mattanza non ha di certo fine con la morte di Jigsaw, che si erge a protagonista di questo capitolo nonostante sia morto, grazie non solo ai flashback raccontati dalla ex-moglie interrogata da un poliziotto del tutto deciso a venire a capo di questi enigmi, ma anche dai registratori che ce ne ricordano la possente e temibile voce. Le vittime, anche in questo caso, sono parecchie a partire dai due sfortunati che si ritrovano legati l’uno all’altro, solo che ad uno sono stati cavati gli occhi e all’altro è stata cucita la bocca (questa è forse l’unica scena girata in maniera abile della pellicola).
Con un montaggio estremamente frenetico ed eccessivamente incrociato (numerose anche le cosiddette inquadrature-ponte che collegano spazi e tempi differenti), la regia di questo, ahinoi, non conclusivo capitolo della serie, è addirittura più movimentata delle avventure dei protagonisti che ne fanno parte, e se questo movimento e questo eccesso di sovrapposizione di immagini e di contenuti non è accompagnato da una coerenza di fondo ed è quindi fine a sé stesso, il risultato non può che
essere disastroso.
Numerose le questioni lasciate irrisolte, culminanti nel consueto e ormai stancante twist-end (anche se in realtà questo Saw IV non è un sequel, bensì un cosiddetto prequel dato che le vicende narratevi sono in realtà contemporanee a quelle del terzo), che verranno sicuramente snocciolate e mostrate nel o nei capitoli successivi.
CITAZIONE DEL GIORNO
LOCANDINE


REGIA: Andrea Molaioli
CAST: Toni Servillo, Nello Mascia, Marco Baliani, Giulia Michelini, Valeria Golino, Fabrizio Gifuni, Anna Bonaiuto
ANNO: 2006

ANALISI PERSONALE
“Di Sorrentino ce n’è uno, tutti gli altri son nessuno?”. Forse è così, ma non per questo il film di Molaioli può essere considerato del tutto non riuscito. Certo l’ispirazione al regista de Le conseguenze dell’amore è lampante, anche se non si raggiunge l’apice di quella pellicola, però Molaioli riesce a dare un tocco tutto suo alla pellicola, incentrandosi più che sul giallo in sé per sé, sulle dinamiche che contrassegnano la realtà della provincia italiana e dei suoi abitanti che nascondono sempre qualche segreto, nonostante si dica che tutti conoscono tutto di tutti. E poi, come si suol dire, dove c’è Servillo c’è qualità. Poco importa se in alcuni momenti ci sembra di stare seguendo una fiction televisiva alla Montalbano, poco importa se qualche passaggio risulta non all’altezza di un buonissimo film, poco importa se metà del cast è preso in prestito dalla televisione, poco importa se la risoluzione del giallo e soprattutto il movente ci sembrano deludenti. Grazie all’intensa e straordinaria interpretazione di quel grandissimo attore che è Toni Servillo (tra l’altro utilizzato da Sorrentino per ben due delle sue tre pellicole), riusciamo ad immergerci nell’atmosfera di una pellicola che ha come principale scopo quello di farci entrare in un piccolo micromondo, come tanti di quelli che fanno parte del nostro paese, e di giocare con le psicologie che stanno dietro a delle scelte e degli atteggiamenti apparentemente inspiegabili (vengono subito alla mente i gialli che imperversano ignobilmente nelle nostre tv, da Cogne a Garlasco e via dicendo). Come un nostrano
Simenon, il commissario Sanzio indaga sulle interiorità dei suoi sospettati e delle persone coinvolte, arrivando a scoprire dei legami con un’altra morte che lo poteranno alla risoluzione del caso. Ad essere messo sotto la lente d’ingrandimento è anche il rapporto padre-figlio o per meglio dire il ruolo del genitore che il più delle volte non riesce a sapere cosa passa per la mente dei propri figli, come dice il padre della vittima al commissario.

Ci sono ben quattro padri ne La ragazza del lago: il commissario che non sa come comportarsi con sua figlia che pretende di sapere la verità sulla terribile malattia della madre; il padre della vittima che nasconde forse un’esagerata morbosità nei confronti della figlia defunta; il padre dello scemo del villaggio che è “costretto” a convivere con un figlio che ha sempre odiato; e il padre di Angelo un bambino di tre anni morto in seguito ad un tragico incidente.
Il paesino in questione è in Friuli Venezia Giulia, ma avrebbe potuto benissimo trovarsi anche in Campania o in Sardegna o in qualsiasi altra regione italiana. La cosa che sorprende è che lo sceneggiatore Sandro Petraglia ha saputo adattare le vicende di un romanzo ambientato tra i fiordi norvegesi (Lo sguardo di uno sconosciuto – Karin Fossum), alla nostra realtà, quelle delle piccole province quasi sperdute e dimenticate, ma brulicanti di vita. Tutti si conoscono, al punto da permettere ad una bambina di sei anni di poter tornare da sola a casa e di accettare un passaggio da Mario, lo scemo del villaggio. Un inizio davvero molto interessante, che fuorvia lo spettatore e gli fa temere che sia proprio lei la vittima, sul cui assassino si indagherà nel corso della pellicola. In realtà non è così, perché La ragazza del lago gioca con lo stravolgimento degli stereotipi: lo scemo del villaggio che incute un certo timore non è poi così cattivo e infatti non fa alcun male alla bambina, anzi non potrebbe farlo a nessuno come viene ripetuto più volte in seguito, mentre il male o perlomeno l’oscuro e l’ignoto si nascondono proprio dove meno ce lo aspettiamo, nelle famiglie benestanti e meno sospettabili. Un ruolo strategico è svolto dalla suggestiva ambientazione, soprattutto dal bellissimo lago del titolo, immerso in un verde apparentemente rassicurante che in realtà nasconde una serie di mali che non si conoscono o che semplicemente si
ignorano. Particolarmente interessante anche la colonna sonora elettro-minimal che scandaglia le varie fasi dell’indagine ma soprattutto le varie interiorità dei protagonisti. La ragazza del lago, seppur non riuscitissimo, è un buon esempio di film di genere che per essere un’opera prima assolve discretamente al suo compito e fa sperare in un futuro più roseo per il cinema italiano.

CITAZIONE DEL GIORNO
LOCANDINA

REGIA: Abel Ferrara
CAST: Harvey Keitel
ANNO: 1992
Un tenente corrotto fino al midollo, dedito all’uso di qualsiasi sostanza stupefacente, affamato di sesso e alcool e incallito scommettitore, si ritrova ad indagare sullo stupro ai danni di una suora. Quando questa decide di perdonare i due uomini che l’hanno aggredita sull’altare della chiesa, il tenente rimane al contempo incredulo e turbato. Questo avvenimento lo farà riflettere sulla sua vita di peccatore e sul significato del perdono.

ANALISI PERSONALE
Un film per stomaci forti questo di Abel Ferrara che trova la sua forza nella visionarietà e nell’interpretazione magistrale di quel grande attore che è Harvey Keitel. Qui dà vita ad un personaggio sicuramente disturbante e a tratti spregevole, che non si preoccupa minimamente di sniffare cocaina davanti ai suoi famigliari, o di rubare un chilo di droga da un auto in cui è avvenuto un delitto (salvo poi perderli perché scivolatigli dalla giacca), o di fare affari con criminali e spacciatori. Una vita sregolata la sua, piena di numerose ossessioni, a partire da quella per le scommesse sul baseball. Nonostante sia pieno di debiti fino al collo, continua a puntare ingenti somme di denaro sulla vittoria della sua squadra preferita, sperando di poter risolvere i suoi problemi economici, non rendendosi conto del pericolo a cui si sottopone con i suoi creditori di malaffare. Una vita sessuale non proprio sana (fa sesso con più donne alla volta sempre sotto l’effetto di stupefacenti e in balia dell’alcool e del fumo), contribuisce a caratterizzare in maniera del tutto negativa questo incallito peccatore, ma cattolico nell’anima. Sarà necessario lo stupro, effettuato sull’altare di una chiesa, ai danni di una suora che poi perdonerà i due teppisti, a fargli prendere una strada diversa. Sarà questo atto di estrema fede nell’umanità e di bontà cristiana
a fargli perdere quasi la ragione. Il tenente non riuscirà a comprendere il perdono della donnax seviziata brutalmente, non capirà la sua totale mancanza di odio verso coloro che le hanno fatto del male, e anzi criticherà questa sua eccessiva generosità per poi arrivare a capire di essere lui stesso un grandissimo peccatore bisognoso di perdono. Nonostante la pellicola sia mascherata da noir, quello che conta è proprio il messaggio che la parabola discendente del tenente porta con sé.

Infatti, i colpevoli dello stupro si conoscono da subito e non saranno le indagini ad essere in primo piano, ma la spirale di degradazione del tenente che arriverà persino a sfogarsi contro Cristo per non averlo saputo guidare in maniera migliore e a perdonare egli stesso i due teppisti, nonostante il loro atto sia parso insostenibile e inaccettabile, persino ad un depravato come lui. Una corruzione la sua, che non lascia spazio alla comprensione dello spettatore, sempre più impressionato e inorridito dal livello di scempiaggini da lui compiute, come nella famosissima e prolungatissima sequenza nella quale costringe due ragazzine, fermate perché con una luce rotta e scoperte senza patente, a simulare la fellatio e ad assistere alla sua masturbazione. Ma questa non è l’unica sequenza volutamente eccessiva, ed estremamente indigeribile. A shockare e quasi inorridire ci pensano anche la sequenza dello stupro che colpisce persino l’ateo più incallito e quella dello sfogo del tenente in chiesa, che vede come interlocutore un Cristo silenzioso che poi si dimostra essere un’anziana signora con calice in mano. Comincia ad avere le allucinazioni il nostro estremo protagonista, e forse anche noi dato che senza volerlo ci ritroviamo a porci gli stessi quesiti che egli stesso si pone, pur non essendo al suo livello di degenerazione.
Con una fotografia incentrata particolarmente sul rosso, il colore del peccato, e sui chiaroscuri Il cattivo tenente è un grandissimo film, che pur essendo sgradevole ed impressionante, riesce a catturare lo spettatore e a coinvolgerlo anche grazie ad un’ambientazione notturna newyorchese che
ben si confà al tipo di narrazione e al messaggio insita in essa (interessantissima ed indicativa la sequenza in discoteca, luogo di completo annullamento di sé stessi).
Cosa ci lascia alla fine Il cattivo tenente? In sostanza un unico grande insegnamento: in un mondo crudele, pieno di abiezione ed immoralità, è sempre e comunque possibile trovare la propria via per la redenzione.

CITAZIONE DEL GIORNO
LOCANDINA

REGIA: Richard Shepard
CAST: Richard Gere, Terrence Howard, Jesse Eisenberg, James Brolin, Ljubomir Kerekes
ANNO: 2007

ANALISI PERSONALE
“Solo le parti più ridicole di questa storia sono vere”, recita così la didascalia che da inizio a questa tremenda pellicola. Il problema è che nel film di cose ridicole ce ne sono veramente troppe e ovviamente si stenta a credere che siano tutte vere. In realtà lo spunto per questo film è nato da una storia vera di cinque giornalisti che a cinque anni dalla fine della guerra in Bosnia decisero, dopo una sonora sbornia, di scommettere sulla cattura del terribile criminale di guerra Karadzic. Karadzic prende il nome di Volpe, i cinque giornalisti diventano tre e una decisione al confine tra la scommessa e lo scherzo, diventa invece una missione vendicativa. The hunting party è un film che ci fa rimanere con l’espressione perplessa per tutta la sua durata, dato che mescola in maniera davvero poco abile e confusionaria una serie di registri narrativi che vanno dalla commedia all’action-movie, dal war-movie al melodramma, passando per il cinema di denuncia. Il problema più grosso (ma è davvero difficile stabilire una gerarchia dei difetti di questo film) è che il regista fa di tutta un’erba un fascio, accusando sottilmente e più o meno velatamente una serie di organizzazioni, dalla NATO all’ONU, dalla CIA alle Nazioni Unite, senza approfondire adeguatamente la serie di insinuazioni che pendono (a ragione o a torto) sui loro capi e incentrando l’attenzione e lo sguardo sulle azioni di un uomo che agisce egli stesso per primo spinto da motivazioni personali, come la vendetta.
Tono ironico e tono altamente serioso si danno il cambio ripetutamente in un traballante equilibrio che dona alla pellicola una pesante patina di scarsa credibilità e soprattutto di alto livello di irritamento. Irritamento che viene trasmesso allo spettatore anche tramite banalissimi e odiosissimi luoghi comuni che vedono il giornalista fallito darsi all’alcool, il ragazzino inesperto “pisciarsi nei pantaloni” e il navigato cameraman tornare a rischiare la vita, dopo aver assunto una posizione agiata e lucrativa, per puro spirito d’amicizia. Anche se bisogna dire che l’unico personaggio leggermente credibile e se vogliamo costruito in maniera meno
stereotipata è quello del giovane raccomandato che decide di imbarcarsi in questa pericolosa avventura per spirito di rivalsa e di affermazione e che si ritrova con due uomini completamente sprovveduti. In realtà neanche lui è esente da incongruenze, dato che all’improvviso, in uno dei tanti scambi di vedute con i personaggi del luogo, si dimostra brillantemente capace di raggiungere un compromesso, nonché estremamente furbo e intelligente.

La guerra con tutti i crudeli e intricati meccanismi che ci sono alle sue spalle, viene ridotta ai minimi termini e, soprattutto, non viene nemmeno approfondito il ruolo dei giornalisti e dei corrispondenti, ridotti qui a uomini che vivono per l’adrenalina e per l’azione e che agiscono spinti solo da motivi puramente e strettamente egoistici: i soldi, la vendetta, l’affermazione personale. E la voglia di informare il mondo sulle atrocità di ogni conflitto bellico? La voglia di compiere al meglio il proprio mestiere e il proprio ruolo di occhio “buttato” in una realtà sconosciuta e difficile, da studiare e diffondere? “La verità viene sempre fuori”, dice ad un certo punto la Volpe rivolgendosi ai tre giornalisti. E la verità, in questo caso, è che The hunting party si maschera, molto meschinamente, da film impegnato e attento a determinate tematiche sociali, scottanti e attuali, ma in realtà è solo un filmetto d’azione, peraltro scarsamente funzionante. Non funziona la sceneggiatura che mette troppa carne al fuoco e delinea in maniera scontata e superficiale i vari personaggi. Non funziona la colonna sonora, grossolanamente costruita per strappare la lacrima facile o il sussulto dello spettatore. Ma soprattutto non funzionano i dialoghi estremamente irritanti e pieni zeppi di cliché, nonché poco consoni alle situazioni che di volta in volta ci vengono mostrate e persino esagerati e fuori luogo
Insomma, The hunting party, sostanzialmente risulta essere un vero e proprio disastro e il fondo del barile viene toccato quando la malefica guardia del corpo della Volpe (con tanto di tatuaggi sulla fronte) sta per ammazzare il protagonista, ma viene interrotta dal suo cellulare che squilla a suon di “You make me feel brand new” dei Simply red. Cosa possiamo salvare di questo malriuscito tentativo di volersi ingraziare le simpatie del pubblico affidando la parte del protagonista a quel gigione che è Richard Gere e accusando a destra e a manca varie potenze internazionali, se non l’ambientazione davvero molto interessante e i titoli di coda che ci mostrano i veri giornalisti e ci informano sulle reali
vicende? E’ un vero peccato che un’idea così particolare ed originale sia stata rovinata in questa maniera. The hunting party avrebbe potuto essere un gran bel film di profonda analisi della nostra società e attualità (mischiata perché no ad un po’ di sana e ben costruita azione), e, invece, si riduce ad essere una posticcia e banalissima storia incredibile che ci lascia anche con un happy-ending che sa tanto di contentino e che si discosta da quella che è la realtà dei fatti.

CITAZIONE DEL GIORNO
LOCANDINA
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REGIA: John Cassavetes
CAST: Burt Lancaster, Judy Garland, Gena Rowlands, Steven Hill
ANNO: 1963
TRAMA:
In un ospedale per bambini subnormali, arriva una nuova infermiera che vorrebbe curarli con tutto l’amore e la protezione possibile, ma che si scontra con il dottore che, invece, è convinto di dover utilizzare il pugno duro e di dover trattare questi bambini alla stregua di tutti gli altri, in modo tale da non farli sentire diversi e da farli crescere e diventare delle persone forti e capaci di stare nel mondo. Un bambino in particolare, Robin, cattura le attenzioni e l’affetto dell’infermiera, dato che i suoi genitori dopo averlo lasciato in ospedale e dopo essersi separati, non sono più andati a fargli visita, nonostante il piccolo li aspetti speranzoso ogni settimana. Dietro questa scelta dei genitori, ci sono dei seri e precisi motivi, che l’infermiera con tenacia e risoluzione riuscirà a scoprire, imparando anche a convivere con questi bambini e ad istruirli nel migliore dei modi.
ANALISI PERSONALE
Siamo lontani dalle prime pellicole fortemente indipendenti e molto particolari del regista, che con questo film ha tentato la strada hollywoodiana, non solo per quanto concerne la scelta del cast, fatto di attori stellari, ma anche per quanto riguarda il tema trattato e soprattutto il modo con cui è stato trattato. Di certo non siamo di fronte ad un prodotto di scarsa qualità, perché pur sempre di Cassavetes si tratta, ma Gli esclusi è un film in cui si fatica a riconoscere la mano del regista che si era, con le sue prime pellicole, discostato dalla convenzionalità e dalla grandiosità hollywoodiane o comunque tipiche del cinema non indipendente. Con un tema già di per sé molto commovente, un sacco di bambini subnormali con problemi fisici e psicologici che convivono in un istituto aspettando con ansia il giorno delle visite dei propri familiari, il film cerca di ingraziarsi lo spettatore anche attraverso una colonna sonora più ruffiana che mai e numerosissimi primi, anzi primissimi piani, di questi bambini relegati dal resto del mondo, perché più deboli e ancora incapaci di affrontarlo. Due i personaggi principali che portano con sé poi due diversi punti di vista con i quali è difficile essere concordi o discorsi al 100%. Insomma, a volte si parteggia per l’infermiera (una ispirata Judy Garland) amorevole e affettuosa che pone i suoi bambini (soprattutto Robin) sotto una campana di vetro, cercando di proteggerli dalle ingiustizie e dai dolori della vita; e altre volte si parteggia per il dottore (un coriaceo Burt Lancaster) apparentemente duro di cuore, ma in realtà molto interessato al bene dei bambini posti sotto le sue cure e al modo migliore (o perlomeno quello che lui ritiene essere il modo migliore) di aiutarli e di non farli diventare degli esclusi e degli alienati (come alcuni uomini adulti che ci vengono mostrati in un reparto di una specie di manicomio).
Molto interessante anche la contrapposizione di atteggiamenti e di modi di reagire delle famiglie, contrapposizione che porta con sè anche una sorta di critica alla società nella quale viviamo in cui si è propensi a pensare che famiglie benestanti e colte siano più amorevoli e accettino maggiormente la condizione dei figli subnormali, mentre famiglie più numerose
e soprattutto più povere e ignoranti, diano per scontato di aver partorito dei mostri abbandonandoli al loro destino. Cassavetes, ribalta questo luogo comune (e qui possiamo riconoscere la sua estrema non convenzionalità) mostrandoci la famiglia di un bambino di colore, costituita da una mamma e dai suoi numerosi figli che si reca regolarmente a trovare il suo bambino e che lo tratta esattamente come tutti gli altri suoi figli, se non meglio e con più affetto e trasporto.

A contrapporsi a questa gioviale famigliola di certo povera nei mezzi, ma ricchissima nei sentimenti, c’è quella del piccolo Robin, la cui mamma (la sempre bellissima e intensa Gena Rowlands) non è più andato a trovarlo nei due anni di permanenza nell’istituto e il cui padre (il sofferto Steven Hill) pare essere completamente disinteressato della sua sorte, soprattutto dopo il divorzio da sua moglie, che ha anche ottenuto la custodia dell’altra figlia più piccola. L’infermiera, chiacchierando col dottore, si meraviglia di come due persone di cotale levatura intellettuale (entrambi sono laureati, entrambi hanno un buon lavoro, entrambi sono affermati nella vita privata e in quella pubblica, entrambi godono quindi di un’ottima posizione nella soci