postato da Ale55andra alle ore 11:45
sabato, 21 novembre 2009

REGIA: Peter Hyamas

CAST: Michael Douglas, Ambert Tamblyn, Jesse Metcalfe, Orlando Jones, Joel Moore

ANNO: 2009

 

C.J. è un giovane giornalista che, mentre si occupa di servizi sugli animali o sui prodotti di marca, sogna di sfondare nella sezione investigativa del suo giornale. Quando però riceve la notizia che questa potrebbe essere chiusa per mancanza di fondi, si dedica anima e corpo al tentativo di smascheramento della corruzione del procuratore distrettuale Mark Hunter. Per riuscirci arriverà persino ad autoaccusarsi di un omicidio non commesso. Le cose però non andranno proprio come previsto e l’unica che potrebbe aiutarlo è la sua fidanzata, assistente del procuratore…

 

Un noir che in realtà ha molto poco del noir, a partire dalle atmosfere, fino ad arrivare all’autorialità e l’eleganza che spesso contrassegna il genere, senza tralasciare la presenza di guizzi narrativi, registici, visivi e recitativi. Tralasciando il fatto che si tratti di una riproposizione de “L’alibi era perfetto”, noir di Fritz Lang, uno dei maggiori esponenti del genere, “L’alibi perfetto” (titolo originale “Beyond a reasonable doubt”), non riesce a soddisfare lo spettatore, proprio perché privo di ritmo, sostanzialmente piatto per quasi tutto il tempo del suo svolgimento, incapace di coinvolgere lo spettatore a nessun tipo di livello, né emotivo, né visivo, né cerebrale. Non aiuta sicuramente la sceneggiatura, che pur svolgendosi su un soggetto che poteva destare particolare interesse, si incaglia rovinosamente in banalità narrative che nuociono all’economia complessiva della pellicola, a partire dalla stra-abusata e malgestita storia d’amore tra i due giovani protagonisti, fino a giungere alla caratterizzazione fin troppo retorica e stereotipata di ogni personaggio che si avvicenda sullo schermo: il procuratore distrettuale che cammina in bilico sulla sottilissima linea che separa il bene dal male, la giovane assistente grintosa e innamorata che mostra le unghie e i denti per raggiungere il suo obiettivo, il giovane giornalista con mire da premio Pulitzer (ma anche i personaggi minori sono accompagnati da clichè a volte persino fastidiosi, come gli informatici a cui si rivolge la ragazza per risolvere un mistero, caratterizzati come i più irritanti e insopportabili dei nerd). E se Michael Douglas, attore dallo charme e dalla comunicativa non indifferente, avrebbe potuto salvare in parte la baracca, ciò non avviene perché anch’egli si adagia stancamente sul suo personaggio, non trovandosi a suo agio nemmeno all’interno dell’aula di tribunale, luogo tipico di questo genere di pellicole e spazio entro il quale egli stesso si muove principalmente all’interno di questa in particolare. Lo stesso dicasi per i protagonisti più giovani, anche se la Tamblyn supera di una spanna il suo collega Metcalfe.

Gli unici momenti in cui la pellicola sembra impennare per staccarsi temporaneamente dalla linearità generale, sono le due sequenze che hanno come protagoniste delle automobili in corsa. La prima è quella in cui il collega e migliore amico del giornalista lascia di corsa l’aula del tribunale per andare a recuperare a casa sua il video girato dai due per dimostrare la colpevolezza del procuratore (ma com’è possibile che lascino un documento così importante a casa, invece di portarlo con sé? Ecco che la sceneggiatura si riempie anche di buchi o errori grossolani tanto per inanellare sequenze di corse e inseguimenti dal presunto tasso adrenalinico); e l’altra è quella in cui il “malefico” ispettore di polizia, complice del procuratore corrotto, tenta di uccidere l’assistente che sta ficcanasando, circondandola con infiniti e velocissimi giri della sua auto attorno a lei (la sequenza assume contorni quasi involontariamente comici, perché per fare fuori una persona quello adottato non è proprio uno dei metodi più indicati, a meno che la persona non si metta deliberatamente di fronte alle ruote dell’auto per farsi investire). Alla fine poi, il colpo di scena neanche così eclatante o impensabile, ci lascia con l’amaro in bocca perché se meglio gestito, così come tutta la pellicola in generale, avremmo potuto assistere ad un intrigante, interessante e stimolante noir sul senso della giustizia e anche dell’arrivismo e su cosa si sia disposti a fare per un bene o per l’altro. Invece, purtroppo, non ci resta altro che terminare la visione della pellicola pronunciando la stessa identica parola, rivolta dalla protagonista femminile a quello maschile, con cui essa stessa termina. Per non rovinare la sorpresa, ovviamente, non sveleremo quale, basti sapere che non è decisamente un complimento.

 

VOTO:

 


 

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Categorie: cinema, 2009, un alibi perfetto

postato da Ale55andra alle ore 13:04
venerdì, 20 novembre 2009

REGIA: Roland Emmerich

CAST: John Cusack, Amanda Peet, Woody Harrelson, Chiwetel Ejiofor, Thandie Newton, Thomas McCarty, Danny Glover, Oliver Platt

ANNO: 2009

 

Nel 2009 un geologo scopre che sulla Terra stanno per abbattersi delle fortissime tempeste solari che potrebbero distruggerla completamente. Le autorità decidono di tenere la cosa nascosta e di tentare una strategia difensiva per salvare il salvabile. Nel 2012 però, così come predetto dal calendario Maya, il disastro mondiale ha inizio.

 

Ci risiamo, Roland Emmerich non riesce proprio a resistere. Che siano alieni, scioglimento dei ghiacci, enormi dinosauri, delle guerre, o dei neutrini come in questo caso, la tentazione di raccontare catastrofi e disastri naturali è veramente troppo grande per il regista. Ecco che quest’anno si ripresenta nelle sale con il disaster-movie per eccellenza, visto che si tratta del mondo intero e della sua completa estinzione.

Seguendo le teorie ormai da tempo in circolazione sulla veridicità delle predizioni dei Maya e attirando il pubblico con la curiosità che esse suscitano, Emmerich costruisce il solito film di genere, senza sforzarsi minimamente di rivisitarlo in qualsiasi maniera, adagiandosi su qualunque clichè appartenente al filone cinematografico che possa venirvi in mente. Se fatto con lo giusto spirito, sarebbe stata una scelta anche condivisibile, ma quello che manca totalmente a “2012” è il tempismo e la misura. Per essere più chiari: all’interno del film il miracoloso e incredibile tempismo è sempre rispettato alla perfezione (salvataggi individuali o collettivi all’ultimo nanosecondo, riconciliazioni familiari in extremis, decollo di aerei sul filo di piste che si sfaldano sotto i carrelli, fughe in auto sotto qualsiasi edificio che crolla ad un millimetro dalla vettura e via di questo passo); così come la misura nel numero di catastrofi, distruzioni, crolli, frane e disastri in generale che arrivano a sconquassare la terra (che disaster-movie sarebbe se questi espedienti non fossero presenti in numero elevato?). Dunque, come dicevamo, il tempismo e la misura sono “diegeticamente” rispettati, come da decalogo del cinema catastrofico che si rispetti. E’ la gestione “extra-diegetica” di questi concetti che non viene per nulla calibrata dal regista. Perché l’ironia è sempre fuori tempo (oltre ad essere veramente puerile e grossolana) e la capacità di calcolare le reazioni di ciascun personaggio alla mole impressionante di avvenimenti che si susseguono senza sosta è ovviamente fuori misura (nel nostro caso per difetto). Ecco spiegati le due più grosse mancanze di “2012”, che indubbiamente va preso per quello che è senza salire in cattedra come dei maestrini che pretendono la qualità assoluta da prodotti che in genere vengono pensati proprio per non possederla, ma per divertire ed intrattenere nella più semplice delle maniere. Ma questo atteggiamento accondiscentente e benevolo viene subito spazzato via dalle enormi debolezze della pellicola, che pur appartenendo ad un genere preconfezionato (quale genere non lo è tra l’altro? Spetta al regista cercare ogni volta una propria chiave di lettura, oltre che una o più riflessioni da offrire allo spettatore) e dunque difficile da reinventare, risulta sfiancante e a volte persino irritante. I motivi sono veramente tantissimi, a partire dal becero patriottismo e convenzionalismo che guida le azioni di quasi tutti i protagonisti, in primis il presidente degli Stati Uniti, ridotto ad una ridicola macchietta che agisce seguendo tutte le banalità e gli stereotipi possibili che possiamo immaginare applicati ad un personaggio del genere. Non mancano i sensazionalismi esasperati e quasi caricaturizzati, così come non mancano le ruffiane, irreali e smielate dimostrazioni di grande umanità e fratellanza tra gli esseri viventi di qualsiasi nazionalità, religione ed estrazione sociale (inutile che il regista per bocca del suo protagonista, scrittore fallito che propugna questo genere di sentimenti difendendosi dalle accuse dei critici dicendo che è un inguaribile ottimista, tenti di giustificare queste scelte di una faciloneria impressionante). Così come scontatissima appare la scelta di raccontare il lato oscuro della stessa umanità prima tanto osannata, con il riferimento al fatto che solo gli estremamente ricchi possono meritarsi un posto sulla moderna arca di Noè, mentre tutti gli altri sono costretti a soccombere, salvo poi l’atto estremamente generoso e caritatevole di tutti i capi di stato (escluso il nostro che ha preferito rimanere a morire in piazza San Pietro, pregando col Papa e con la sua famiglia, della serie che siamo ridicoli anche nei film), che decidono di aprire le porte a tutti. Dunque al di là del fomento che i numerosi disastri mostrati sullo schermo possono causare, di “2012” non resta poi molto: personaggi monodimensionali, sceneggiatura prevedibilissima condita tra l’altro da dialoghi quasi insostenibili e scarsezza di contenuti, che in presenza di altre qualità avrebbe potuto persino essere un pregio, trattandosi di un film-giocattolone.

Non ci resta altro che aspettare il prossimo cataclisma, nonostante Emmerich abbia dichiarato di non voler più girare disaster-movie. Ma tanto chi ci crede?


VOTO:


 

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Categorie: cinema, 2012, 2009

postato da Ale55andra alle ore 18:04
giovedì, 19 novembre 2009

LE CATTIVE ABITUDINI NON MUIONO MAI

Se i morti ritornano a vivere cominciando a seminare il panico dappertutto perché estremamente ghiotti di carne umana, le abitudini (cattivissime a detta della satira sociale, politica ed economica di Romero e di questo straordinario film), invece, non muoiono proprio mai. Ecco che allora viene spiegata la geniale scelta del regista di ambientare questa pellicola horror-splatter dai forti contenuti in un centro commerciale, simbolo per eccellenza, del più bieco consumismo che permea la società, soprattutto quella americana. Nonostante si stia parlando di una pellicola degli anni '70, non ci sorprende l'attualità della denuncia di Romero e delle sfaccettature della società che egli tenta di mostrare e di mettere in qualche modo alla berlina. E' così che gli zombi, esseri-automi per eccellenza, che sembrano non avere più un cuore e un cervello, né emozioni o reminiscenze alcune della loro vita passata, quasi automaticamente si recano in massa nel centro commerciale, seguendo quelle che erano le vecchie abitudini da vivi.
Non fa eccezione, infatti, nemmeno questa categoria di personaggi tratteggiati alla perfezione da Romero, visto che i quattro protagonisti principali (tre uomini e una donna, uno solo di colore a rimarcare ancora la questione razziale e anche il ruolo dei singoli soggetti, soprattutto le donne, all'interno della famiglia e della società intera), non ci mettono molto a lasciarsi andare ad atteggiamenti decisamente fuori luogo: se all'inizio soffrivano molto per l'uccisione di ogni singolo morto-vivente, ad un certo punto cominciano a provarci gusto, soprattutto perché si sono eletti a padroni indiscussi del centro commerciale (e di tutto ciò che contiene, dai beni di sopravvivenza a quelli più futili ma ritenuti ugualmente indispensabili, tanto da rischiare la vita per accaparrarseli), che quindi devono scacciare l'invasore. E se all'inizio l'invasore è il gruppo di zombi, abbastanza facili da uccidere perché lentissimi, anche se in numero quasi spropositato e affamati di carne umana, alla fine, in un crescendo di follia ed idiozia umana (Romero non risparmia veramente nessuno), arriva persino un gruppo di "teppisti" a bordo di motociclette che non ci stanno a lasciare tutto quel ben di Dio nelle mani dei quattro fortunati che sono riusciti a nascondersi lì, e danno vita ad una vera e propria guerriglia in cui tra zombi ed essere umani ne verranno fatti fuori veramente tantissimi.
Lode, dunque, a Romero che è riuscito a creare una pietra miliare (questo film come tutti quelli appartenenti alla sua saga) nel sotto-genere dello zombie-movie, avvalendosi anche, non solo di contenuti e sottotesti dall'interesse capitale e dalla potenza comunicativa non indifferente, ma anche di una regia straordinaria che accompagna perfettamente tutte le avventure e disavventure dei protagonisti e degli zombi e da una bellissima colonna sonora (firmata dai nostri Goblin e Argento, quest'ultimo responsabile anche della distribuzione europea, con tanto di tagli e censure qui e lì). Nota di merito ovviamente per i favolosi effetti speciali che ci fanno godere, perlomeno se siamo appassionati di questo genere di visioni, di una serie di immagini indimenticabili e anche suscitanti fomento: teste di zombi che esplodono, brandelli di carne umana che vengono letteralmente staccati a morsi dai morti viventi e via di questo passo.
Tutto questo è "Zombi", un'indimenticabile e straordinario viaggio profondo e doloroso nei meandri della società americana, compiuto al passo lento e inesorabile dei morti viventi che si ammassano lungo le vetrine del centro commerciale, ma al tempo stesso frenetico e quasi compulsivo dei quattro protagonisti che non si accontentano di acqua e viveri, ma vanno alla ricerca di tutto ciò che si può possedere. Del resto: "quando all'Inferno non ci sarà più posto, i morti cammineranno sulla Terra".

LA FRENESIA DELLA SOCIETA' MODERNA

Inutile fare dei raffronti tra questo remake e il suo storico e irraggiungibile originale, visto che senza ombra di dubbio questo ne verrebbe fuori con le ossa rotte, o per rimanere in tema, letteralmente a brandelli. Niente di tutto ciò che ci ha fatto apprezzare "Zombi" di Romero e che l'ha fatto diventare, giustamente, un cult-horror, è presente in questo remake. Non c'è più l'illuminante e illuminata satira politica e sociale e l'aperto attacco al consumismo e all'assuefazione ad esso della società americana, così come non c'è più quella poetica dei personaggi e della forza emblematica che ognuno di essi possedeva nel comunicare metaforicamente o meno vari aspetti che erano cari al regista e che risultavano oltremodo interessanti, oltre che profondi.
"L'alba dei morti viventi", invece, si concentra più sull'azione e sul terrore che la rinascita dei morti offre ovviamente come pretesto per questo genere di scelte stilistiche e registiche. Il risultato non è disprezzabile visto che Snyder, apprezzato regista di videoclip e pubblicità (e la cosa è visibilissima nella regia frenetica e inarrestabile), riesce a coinvolgere lo spettatore in un gradito spettacolo di arti mozzati, morsi famelici, teste saltate in aria, resi benissimo tra l'altro da ottimi effetti speciali. Insomma, c'è pane per i denti degli appassionati dello splatter e del gore che non verranno delusi dall'altissima presenza degli stessi all'interno della pellicola in cui praticamente, quasi in numero pari, vedremo saltare in aria moltissimi zombi e venire contagiati moltissimi umani. Una bella dose di scene adrenaliniche e ben giostrate (come la movimentata fuga a bordo di due camion ultra-rinforzati o l'attacco di un'orda di zombi ai danni dei poveri malcapitati mandati nel seminterrato a trovare i generatori d'energia), non fanno rimpiangere il tempo speso per la visione, e unite all'imperante ironia-nera che accompagna queste vicende apocalittiche (parlare di apocalissi non è un caso visto che l'andamento velocissimo degli zombie, metafora della frenesia della società moderna, al contrario della lentezza disarmante di quelli originali, è ovviamente ispirato ad uno dei film apocalittici per eccellenza, "28 giorni dopo"), rendono il risultato finale tutto sommato apprezzabile, chiudendo un occhio, e in alcuni momenti anche due.
Perché se da un lato è anche divertente e piacevole ascoltare alcune battute ed essere spettatori di alcune situazioni spassose (come la partita a scacchi tra il poliziotto e l'unico asserragliato di un palazzo di fronte, o come il tiro al bersaglio di alcuni zombies somiglianti a celebrità dello star-system), dall'altro è davvero difficile riuscire ad ignorare le enormi grossolanità che caratterizzano la sceneggiatura e la costruzione dei personaggi. E' davvero difficile riuscire a passare sopra il fatto che ciascun personaggio di questo film risulta essere decisamente ed estremamente stereotipato e banale, senza un minimo di ironia, qui dove sarebbe stata perfetta: la bella coraggiosa, la bella indifesa, il fascistoide che poi si rivelerà repentinamente e incredibilmente un eroe, lo yuppie irritante e sgradevole che alla fine però è il più sensato di tutti, la vecchia con le palle, il poliziotto burbero ma da cuore d'oro e via di questo passo. Così come è difficile non irritarsi per una serie di dialoghi oltremodo ridicoli e fuori luogo (se molti sono dettati dalla suddetta e apprezzabile ironia, altri sono veramente sgradevoli) e di situazioni al limite del paradossale e dell'estremamente, oltre che negativamente, sfruttato: vedasi le improbabili storie d'amore tra i vari protagonisti.
Bisogna però apprezzare il rispetto che Snyder ha tenuto nei confronti di Romero, visto che la sua pellicola più che un remake, è una riproposizione molto personale e rielaborata di alcune idee originali, tra l'altro prese a pretesto per raccontare cose molto differenti. Non sarà sicuramente una pietra miliare della cinematografia orrorifica, così come il suo predecessore, ma si fa guardare se preso con la giusta dose di ironia e accondiscendenza.

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postato da Ale55andra alle ore 11:08
mercoledì, 18 novembre 2009


RAPPORTO CONFIDENZIALE. rivista digitale di cultura cinematografica

NUMERO19 | NOVEMBRE’09

free download 10,9mb | 3,37mb | ANTEPRIMA

 

www.rapportoconfidenziale.org

 

 

EDITORIALE di Roberto Rippa 


Ci risiamo: l’anno scorso – precisamente in agosto, in occasione della sua presentazione al Festival internazionale del film di Locarno – la polemica aveva avuto come obiettivo l’ottimo documentario sulla nascita delle Brigate rosse Il sol dell’avvenire di Gianfranco Pannone (si veda RC. SPECIALE 61° Festival del Film di Locarno. 6-16|8|2008, pag.42-46) e come protagonista il (fa sempre un po’ impressione scriverlo) ministro dei Beni culturali e turismo Sandro Bondi che, in un’intervista rilasciata a Luca Telese, dichiarava di avere trovato nel film: «Un senso di amarcord… brigatista», aggiungendo poi che nella pellicola «Si offre un solo e unico punto di vista: quello degli ex terroristi». Non mancava quindi di dichiarare: «Ritengo immorale che lo Stato possa finanziare un film che rappresenta il tentativo di ricostruire in maniera di parte eventi delicatissimi e controversi» (il Giornale, 8 agosto 2008).
Da quale segmento del film il ministro avesse potuto evincere questa sorta di nostalgia o una visione di parte sfugge completamente, in un’opera di rara correttezza che si limitava a raccontare un evento che fa parte della storia del Paese non mancando peraltro di mostrare le scene crude delle vittime prima dei titoli coda.

Ora tocca a La prima linea di Renato De Maria, che racconta di Sergio Segio, tra i fondatori dell’organizzazione armata Prima linea e promotore dell’evasione di sei detenuti, tra cui la sua compagna Susanna Ronconi, dal carcere di Rovigo nel 1982. Il film di De Maria, che uscirà il 20 di questo mese per Lucky Red, è già oggetto di feroci critiche, soprattutto per il finanziamento governativo ottenuto, con il Giornale di Vittorio Feltri che il 4 novembre scorso ha pubblicato un articolo di Stefano Zurlo dal titolo “Il film che trasforma i brigatisti in eroi” e il Presidente Napolitano che ha preso le distanze dichiarando che non sa se lo vedrà (Governo italiano – rassegna stampa del 10 novembre 2009). Questa volta, dopo avere visto in anteprima il film nei giorni scorsi, Bondi ha ammesso che il film «non costituisce un’apologia del terrorismo». Ha inoltre aggiunto: «Ritengo personalmente che la sopravvivenza nella storia del nostro Paese di rigurgiti di violenza politica, nonché il rispetto che tutti, a partire dalle istituzioni, dobbiamo alla memoria di tutte le vittime del terrorismo, per non parlare della doverosa riservatezza che i protagonisti di quella stagione dolorosa dovrebbero mantenere, imporrebbero di non usare fondi pubblici per finanziare questo genere di film» (10/11/2009-ITL/ITNET).

Tralasciando la posizione dei parenti delle vittime, , comunque assolutamente legittima anche se non può portare alla limitazione del racconto della storia o a una sua visione univoca in nome del rispetto della memoria (e che non può essere confusa con quelle qui riportate), vale la pena di notare come su entrambi i film gravi l’anatema del finanziamento statale e come la necessità del rispetto della memoria delle vittime venga usata per dichiarare questi film come quantomeno inopportuni (a questa stregua, altre ere storiche che hanno visto vittime non andrebbero quindi raccontate?).

Però la storia è storia, il terrorismo in Italia di storia ne ha avuta e ne ha fatta, e conoscerla non può che giovare. Quelli come Bondi forse preferirebbero che la storia non venisse raccontata (o forse si, magari rivista da lui e dai suoi compagni al potere). E invece, in un’Italia che purtroppo appare nuovamente molto simile a quella raccontata nel film, Il sol dell’avvenire è un’opera importantissima in quanto racconta, ripercorre e lascia allo spettatore la libertà di formare un proprio giudizio sulle vicende mostrate. In un tempo fatto di revisionismo e di costante disinformazione, il cinema si riappropria non casualmente della sua capacità di raccontare il tempo (vedere anche gli esempi di Gomorra di Garrone e Il divo di Sorrentino). Quindi, nell’attesa di poter vedere il film di De Maria, evviva i finanziamenti pubblici (peraltro concessi a Il sol dell’avvenire dal governo Berlusconi nella persona dell’allora ministro Buttiglione) attribuiti a opere meritorie come quella di Pannone. Perché un Paese che ha paura di un cinema che racconti la sua storia, anche quella più oscura, non è un Paese sano.

Quindi, visto che sembra proprio questa l’arma agitata dai governanti contro le opere da loro considerate scomode o quanto meno fuori dal loro controllo, cogliamo l’occasione per tornare a discutere del Fondo unico per lo spettacolo (398’000’000 di Euro stanziati nel 2009, di cui solo il 18.5% destinato al cinema) di cui si è parlato molto in questi mesi, spesso per sottolinearne l’inutilità e gli abusi.

Il ministro Brunetta, in un discorso denso come non mai di demagogia (durante il quale ha definito i cineasti italiani presenti a Venezia: “Gente che ha preso tanti soldi e ha incassato poco al botteghino. Gente che non ha mai lavorato per il bene del paese, anzi non ha mai lavorato”), ha denigrato lo scorso 11 settembre a Gubbio i finanziamenti pubblici spiegando che il cinema (nonché teatro ed enti lirici) deve misurarsi con il mercato, dimenticando che l’invito per il cinema a misurarsi con un mercato asfittico a livello distributivo come quello italiano, significa parlare in mala fede.

Nella patria del liberismo, gli Stati Uniti (sempre citati a sproposito in queste occasioni), i fondi pubblici per il cinema ci sono. Li elargisce l’American Film Institute, organo indipendente sostenuto dal Governo, che poi può anche occuparsi di distribuzione e preservazione.

Tra le tante opere sostenute dall’AFI troviamo il primo lungometraggio di David Lynch Eraserhead (1977) nonché A Woman Under Influence (1974) di Cassavetes. Bastano come esempi?

In Italia, il Governo ha recentemente contribuito alla produzione, tra gli altri, de Il divo di Paolo Sorrentino (costo 5’201’000 Euro, contributo 1’700’000, incasso 4’553’000), Gomorra di Matteo Garrone (costo 5’893’000, contributo 2’000’000, incasso 10’184’000), La ragazza del lago di Andrea Molaioli (costo 2’460’000, contributo 800’000, incasso 3’003’000), Pranzo di Ferragosto di Gianni Di Gregorio (costo 900’000 circa, contributo 720’000, incasso 2’124’000). Sono esempi, questi ultimi, illuminanti e quindi citare sempre l’onnipresente Cattive ragazze di Marina Ripa Di Meana (sostenuto con l’allora articolo 28) come esempio di sperpero di denaro pubblico non è esattamente onesto. Significa usarne uno per punire tutti. Questo per non dire che è compito di uno Stato civile sostenere opere artistiche di valore che, a fronte di un interesse culturale, possono non fare corrispondere un esito commerciale particolarmente felice (sono i casi, secondo l’elenco riportato sopra, degli ultimi lavori di Faenza, Bellocchio, Olmi e Virzì).

Vale la pena forse di concludere osservando come la storia usata per fini propagandistici al cinema non abbia mai avuto grande fortuna: Barbarossa di Renzo Martinelli – coproduzione Rai Trade, finanziato con fondi del ministero e per il 60% da un consorzio di imprenditori privati piemontesi (intervista di Maurizio Turroni a Renzo Martinelli, Famiglia Cristiana n. 41, 11 ottobre 2009. Da Famiglia Cristiana online) – è costato circa 30 milioni di Dollari e gli incassi si sono fermati a meno di un milione di Euro (si parla solo dello sfruttamento nelle sale italiane).

Che voglia dire qualcosa?

 

 


SOMMARIO del NUMERO19 (novembre 2009)

 

4 La copertina di Josh Pesavento

 

5 Editoriale di Roberto Rippa

 

6 Brevi appunti sparsi di immagini in movimento di Alessio Galbiati e Roberto Rippa

 

7 Bad Lieutenant: Port of Call New Orleans di Gianpiero Ariola

 

9 LINGUA DI CELLULOIDE Il ventre dell’architetto cineparole di Ugo Perri

 

10 Il nastro bianco di Alessandra Cavisi

 

11 La Taranta di Samuele Lanzarotti

 

12 RC SPECIALE – SOLO LIMONI. Genova – G8 – 2001 a cura di Alessio Galbiati

13 Il cineocchio sul G8. Il concatenamento collettivo di enunciazioni di Giacomo Verde sui fatti del G8 genovese del 2001 di Alessio Galbiati

14 Intervista a Giacomo Verde di Alessio Galbiati

Giacomo Verde

18 bio

18 video-filmografia (1983-2006)

20 BELLEZZA e GIUSTIZIA. appunti per una riflessione su arte, politica, G8 di Genova di Giacomo Verde

22 Genova – G8 – 2001. Videografia a cura di Alessio Galbiati

 

24 Il tempo muore anche al cinema. François Truffaut e il ciclo Doinel di Monia Raffi

 

29 Alan Turing: il film sarà bellissimo! di Costanza Baldini

 

30 L’ELENCO DI n COSE – classificazione enciclopedica del nulla #1 a cura di Gregory Arkadin

I 6 film che non possono mancare nella videoteca dell’ex-governatore del Lazio, Piero Marrazzo.
6 titoli per provare ad accettare la propria reale natura e vivere serenamente.

 

34 RC SPECIALE – Quentin Tarantino’s. INGLOURIOUS BASTERDS a cura di Alessio Galbiati e Roberto Rippa

35 Inglourious Basterds di Roberto Rippa

36 Inglourious Basterds. Le convergenze parallele (e bastarde) di Quentin Tarantino di Alessio Galbiati

38 Riferimenti cinematografici

39 Personaggi

40 Riferimenti musicali

40 Colonna sonora

 

42 Pedro Almodóvar Caballero di Alessio Galbiati

46 Pedro Almodóvar. Filmografia completa (1978-2009)

47 Bibliografia. La critica in lingua italiana

 

 

 

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postato da Ale55andra alle ore 21:07
lunedì, 16 novembre 2009

REGIA: Terry Gilliam

CAST: Heath Ledger, Christopher Plummer, Lily Cole, Tom Waits, Johnny Depp, Jude Law, Colin Farrell, Verne Troyer, Andrew Garfield, Peter Stormare

ANNO: 2009

 

Parnassus, insieme a sua figlia, un nano e un giovane attore, gira per le strade di Londra col suo baraccone col quale si esibisce in spettacoli itineranti che offrono al pubblico la possibilità di fare un vaggio nella propria immaginazione attraverso uno specchio magico. A causa di un suo antico patto col Diavolo, sarà costretto a cedergli sua figlia, a meno che non vinca un’ulteriore scommessa. Sul suo camino, inoltre, inciamperà anche un uomo ritrovato in fin di vita e senza memoria, che ben presto rivelerà molte sorprese.

 

Grande ritorno per Gilliam dopo il bellissimo e sottovalutato “Tideland”, che non delude nemmeno stavolta, perlomeno per coloro che apprezzano il suo stile e le sue tematiche e, soprattutto, per coloro che si lasciano facilmente trascinare corpo e anima in un cinema sicuramente imperfetto, ma indubbiamente dotato di un cuore pulsante. Durante la visione di “Parnassus, l’uomo che voleva ingannare il Diavolo”, ci dimentichiamo di tutto ciò che c’è intorno e ci lasciamo trascinare nella narrazione che ci rende quasi invisibili i difetti sparsi qui e lì (comunque mai eccessivi), per farci tuffare completamente dentro lo schermo, così come avviene ai fortunati (o a volte anche sfortunati a seconda di chi siano vittime o ospiti) che all’interno del film riescono ad oltrepassare lo specchio. Specchio al di là del quale si aprono mille mondi straordinari e fantastici, fatti di magnifiche immagini e meravigliosi colori, metafora neanche tanto velata del modo di concepire il cinema da parte di Terry Gilliam, che col cinema vuole e ci vuole fare sognare, oltre che ovviamente far sviluppare e alimentare la nostra e la sua immaginazione. Altro riferimento palese alla sua poetica cinematografica è ovviamente l’importanza della narrazione, senza la quale il mondo non potrebbe andare avanti (ovviamente di rimando anche il micromondo cinematografico), così come ci dimostra il flashback durante il quale Parnassus e il suo antagonista hanno il loro primo incontro (scena di un’impatto visivo e comunicativo non indifferente). Immaginazione e narrazione, dunque, sono i due punti cardine di questa roboante, caotica, confusionaria e ricchissima favola dei tempi nostri (cosa che rimanda al gioiellino “La leggenda di un re pescatore”, anche se le auto-citazioni non si fermano qui), attraverso la quale Gilliam compone un fitto mosaico del suo cinema e di sé stesso, quasi si trattasse di un vero e proprio autoritratto (Parnassus altri non è se non un lapalissiano alter-ego del regista stesso), riuscendo nell’intento di racchiudere in un unico film tutti i topoi della sua filmografia, quasi come se si trattasse di un fin troppo precoce testamento artistico. Indubbiamente l’improvvisa e inaspettata morte del grandissimo Heath Ledger, le cui lodi non devono risentire della sua dipartita per paura di rischiare di apparire retorici e buonisti, ha minato in parte il progetto iniziale e la totale riuscita dello stesso, visto che per concludere la lavorazione del film il regista ha dovuto rivedere gran parte di ciò che aveva scritto e progettato, oltre che sostituire il talentuoso Ledger con altri tre assi del cinema contemporaneo: Johnny Depp, il migliore di tutti, che in un piccolo cameo ci emoziona e commuove con il sentito omaggio a personaggi che tanto hanno dato al mondo per poi scomparire prematuramente (ovvio riferimento a Ledger stesso, anche se sarebbe stato più opportuno attenersi solo ed esclusivamente a personaggi cinematografici); Jude Law, forse un po’ troppo eccessivo, che però si fa al centro della sequenza più esilarante della pellicola (il balletto dei poliziotti); e Colin Farrell, colui che rimane più a lungo sulla scena e che forse diviene il protagonista di un finale un po’ raffazzonato, ma tutto sommato accettabile alla luce di quanto di buono si è assistito fino ad allora. Non si possono dimenticare nemmeno gli altri protagonisti, ognuno caratterizzato da elementi davvero gradevoli che vanno dalla recitazione ovviamente (Christopher Plummer è un ottimo Parnassus, Lily Cole è una deliziosissima fanciulla in fiore e Tom Waits è un gigantesco e imperdibile Diavolo), fino ad arrivare al trucco, ai costumi, alle acconciature. Grande forza del film è l’impatto visivo che esso possiede per via delle scenografie spettacolari e di un ottimo utilizzo della fotografia satura di colori fortissimi e di numerosissimi elementi ripresi tutti insieme anche grazie all’ampio  ricorso alla profondità di campo. Impossibile rimanere indifferenti, nel bene o nel male, a questo spettacolo per gli occhi, al contrario di quello che avviene all’interno della pellicola, in cui la frenesia e l’indifferenza dell’uomo moderno lo rendono insensibile alla magia e alla bellezza degli spettacoli di Parnassus. Dicotomia che costituisce un altro topos del cinema di Gilliam, qui affrontato egregiamente attraverso il contrasto visivo ma non solo tra la Londra in cui si muovono i protagonisti e il mondo che si nasconde all’interno dello specchio magico. Terry Gilliam si è dimostrato capace di compiere la stessa “magia” di Parnassus, trasformando lo schermo del cinema nello specchio del protagonista.

 

VOTO:

 


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